VIGILI DI ROMA: MOTIVAZIONI LEGITTIME, PROTESTA SBAGLIATA E RENZI NON VEDEVA L’ORA.

Prima di affrontare la discussione sulla massiccia epidemia che la sera dell’ultimo dell’anno ha colpito più dell’80% dei pizzardoni romani, comandati in servizio per quella notte, sono doverose alcune precisazioni per non essere accusato di cieco corporativismo:

Punto 1: qualsiasi forma di protesta sul luogo di lavoro, sia nel settore pubblico che in quello privato, deve seguire ed utilizzare gli strumenti (sempre meno è vero) che i contratti prevedono.

Punto numero 2: è evidente come una assenza dal lavoro così massiccia in una giornata così delicata nasconda, dietro alla sua organizzazione, una regia, sia essa di un sindacato sia essa messa in pratica dai componenti stessi della Polizia Locale romana che fanno parte della RSU interna.

Punto numero 3: da quanto emerge dai giornali e dall’atteggiamento assunto dai tre maggiori sindacati italiani si evincono alcune cose: a) probabilmente la UIL ha avuto un ruolo nell’organizzare questa singolare protesta ciò affiora da come si sia schierata nel difendere le assenze dei vigili. b) la CISL potrebbe non essere coinvolta oppure esserlo solo marginalmente, oppure ancora il suo atteggiamento di sostanziale NON presa di posizione si spiega con l’elevato numero di iscritti che questo sindacato vanta da sempre tra i dipendenti pubblici. c) la condanna immediata da parte di un funzionario della CGIL rispetto all’inaccettabile forma di protesta messa in pratica dai vigili romani fa di per se molto piacere perché si contrappone al vecchio format che prevedeva i sindacati sempre in difesa dei fannulloni. Tutto molto bene, se non fosse però che dalla CGIL ci si sarebbe aspettata tanta indignazione anche di fronte a situazioni ben più gravi, come ad esempio le riforme che da quasi 20 anni hanno reso il lavoro sempre più precario e sempre meno tutelato, e per le quali spesso si sono “ingoiati rospi” che meritavano invece qualche tavolo rovesciato in più.

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Detto ciò è evidente come la protesta dei vigili romani, nel modo in cui è avvenuta, non sia accettabile. Non è accettabile per il disagio recato alla cittadinanza, non è accettabile nei confronti del 20% che è andato a lavorare e non lo è ancor di più per quei colleghi che, a causa delle numerose assenze, sono stati richiamati in servizio rinunciando probabilmente ad una serata con amici o familiari. Inoltre, in un momento storico come questo in cui il liberismo spinto o il turbo capitalismo portano ad un annullamento dei diritti delle forza lavoro in tutti i settori (pubblico e privato), creare un caso come quello romano offre una sponda a questo governo che proprio non bisognava concedere. Il jobs act precarizza ancor di più il lavoro e rende ancor più facile farlo perdere a chi ancora ne ha uno a tempo indeterminato, prevede strumenti di controllo a distanza e possibili demansionamenti che di fatto smantellano la struttura portante della legge 300/70, riportando il mercato del lavoro italiano indietro di 40 anni. Dopo quanto accaduto a Roma, Renzi potrà liberamente intervenire anche contro il pubblico impiego “fannullone” di brunettiana memoria.

Le proteste dei vigili romani però, per quanto siano state portate avanti con strumenti sbagliati (animate da consigli sbagliati) se conosciute nelle loro motivazioni sono più che comprensibili. Insomma, oltre a straordinari (pare) non pagati e a rapporti tesi con il comandante del Corpo, il nocciolo del discorso parrebbe risiedere in questo problema principalmente: la quasi totalità del copro contesta il fatto che per motivi legati all’anticorruzione ogni operatore non potrà essere comandato in una zona di Roma per più di 5 o 7 anni consecutivamente (a seconda se si tratti di un agente o di un ufficiale). Se questa riforma potrebbe di per sé anche essere condivisa dal punto di vista logico non lo è assolutamente dal punto di vista pratico. Stiamo parlando di Roma Capitale, non di una piccola città italiana, parliamo di un’area metropolitana che ha un diametro di circa 100 kmq, Roma amministra un’area che per dimensione è grande, all’incirca, quanto la somma dei territori dei comuni di Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Catania ed è superiore a quella di comuni come New York, Mosca, Berlino Madrid e Parigi.

Immaginiamoci quindi un operatore in 40 anni di carriera lavorativa quanti trasferimenti di sede subirebbe, almeno 8. Insomma una persona cerca di vivere il più vicino possibile al proprio posto di lavoro o, a seconda delle proprie possibilità economiche, non troppo distante. Con le dimensioni metropolitane della capitale quanto alta sarebbe la possibilità per molti operatori di trovarsi di colpo a fare i pendolari dopo magari aver fatto sacrifici per andare a vivere vicino al comando di appartenenza? Parliamo di 50 km di spostamento medio ogni 5 anni. Allora il consiglio è, prima di giudicare le proteste degli altri alimentate dalla stampa (sempre più incapace di ricercare fonti diverse rispetto a quelle istituzionali) e dai malpancisti giustizialisti (a cui spesso corrispondono persone che non hanno mai lavorato) o ancora dall’eterna faida fra lavoratori pubblici e privati, immaginatevi voi spostarvi di sede ogni 5 anni in un territorio con un diametro di circa un centinaio di chilometri. Insomma per capirci ancora meglio, girare per tutta la carriera lavorativa in un territorio con epicentro Savona che parte da Andora e finisce a Genova Nervi.

Non dico che mi ammalerei anch’io la sera di capodanno ma non mi sentirei benissimo.

Osvaldo Ambrosini

Renzi Tweet

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