Elezione del presidente della Repubblica: Renzi detta la linea

Il derby Bersani-Renzi alle primarie di un paio d’anni fa era stato vinto dal primo. Poi il caos delle elezioni, dove “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto”, la storia dei 101 franchi “traditori” e la parentesi del governo Letta. Insomma, sappiamo tutti come è andata a finire, nonostante #enricostaisereno e tutti il resto, con il buon Renzi che fa “all in”, conquistando quasi in un colpo solo partito e governo.

renzi napolitano

Nonostante le distanze tra i due sfidanti di allora, i gruppi Pd non sembrano cambiati (salvo qualche acquisto). Deputati e senatori che siedono ancora nelle rispettive Camere sono per la maggior parte quelli che due anni fa furono scelti dall’establishment del partito targato Bersani, di cui pochissimi erano renziani. Viene da chiedersi quale potrebbe essere la motivazione per cui oggi, ad un anno di distanza, sono diventati quasi tutti fans di Renzie? Sarà forse perché uno stipendio da 15 mila euro al mese per altri tre anni, compresi i benefit del post legislatura, fa gola a chiunque? Evidentemente sì. Per 15 mila euro al mese, da laziali si può diventare romanisti, o viceversa.

L’esercito di Bersani si è infatti convertito con estrema facilità al nuovo dogma renzista, digerendo senza problemi provvedimenti e scelte che, fino a poco tempo, avrebbero perlomeno sollevato qualche imbarazzo. In primo luogo: il patto del Nazareno, con un Berlusconi fuori dai giochi politici che viene rimesso in campo proprio da quello che, sulla carta, dovrebbe essere il suo maggiore avversario: il Partito Democratico. Il Silvio nazionale non solo viene sdoganato quasi a mo’ di statista, ma è accolto a più riprese nella sede del Pd da Renzi. Un fatto, fino a poco tempo fa, impensabile.

Anche D’Alema inciuciava, così tanto da resuscitare anche lui, grazie alla bicamerale, un Silvio decotto. Ma almeno salvava la forma, limitando gli abbracci mortali con il leader di Forza Italia: mai si sarebbe sognato di fare “regalini” in campo fiscale (come per le nuove norme sull’evasione fiscale) o giudiziario (come nel campo della riforma della prescrizione giudiziaria). Provvedimenti che sono smentiti, poi confermati e appaiono e scompaiono…

Bisogna poi ricordare che la riforma del lavoro made in Pd, chiamata gioiosamente jobs act, riesce a unire in sé tutto quanto la sinistra di un paio di anni fa diceva peste e corna, ivi compreso lo svuotamento dell’articolo 18. Come mai, oggi, pochissimi, tra i democratici, si sollevano a protestare? Viene quindi un dubbio. Sarà forse sempre perché uno stipendio da 15 mila euro al mese per altri tre anni (oltre ai benefit del post legislatura) fa gola a chiunque?

Il problema quindi è sempre lo stesso. Fino a quando la politica, soprattutto in Italia, sarà l’equivalente di un ascensore sociale che consente di ricevere stipendi e benefici che altrimenti difficilmente si possono raggiungere, sarà sempre così. Il tornaconto personale sarà anteposto all’interesse pubblico e la coerenza non sarà mai ritenuta un valore da difendere con i denti.

Sembra evidente che a nessun esponente politico (o almeno, a pochi) interessi realmente la linea politica del partito di appartenenza. O per lo meno: in una ipotetica scala di valori, la coerenza non pare certo al primo posto, soprattutto quando non si possiede un carisma tale o una notorietà sufficiente da permettere di poter prendere le distanze dagli ordini di scuderia, prendendo le distanze da scelte che – spesso – meriterebbero almeno una rivolta interna.

L’elezione del nuovo presidente della Repubblica sarà un nuovo momento in cui Renzi potrà valutare la compattezza del suo partito. Rispetto ai 101 “grandi elettori” che hanno silurato Prodi, bestia nera di Berlusconi, oggi si contano nelle fila democratiche solo una cinquantina di probabili eretici, rispetto alla linea ufficiale. Certo, sono solo illazioni, visto che la linea ufficiale non la conosce nessuno, forse solo lo stesso Renzi. Tuttavia a sentir parlare il leader Pd, parrebbe piuttosto sicuro che alla quarta votazione, quando basteranno circa 500 voti per eleggere il presidente della Repubblica, si riuscirà nell’intento.

Quali sono quindi gli assi nella manica del presidente del Consiglio? Un capo dello Stato frutto del patto del Nazareno renderebbe blindato l’asse con Berlusconi, garantendo sia gli interessi (economici) di questo, sia una brillante ascesa politica al Matteo fiorentino, ormai padrone di un campo immenso, senza ostacoli reali né a destra né a sinistra. Tra i vari identikit che circolano, il candidato ideale dovrebbe essere una figura “super partes” o perlomeno non troppo identificabile politicamente, con un passato di alto profilo istituzionale e, possibilmente, cattolico. Un centrista spesso altalenante nelle sue alleanze, ex presidente della Camera e – ovviamente – proveniente dalla Balena Bianca sarebbe perfetto: ecco Pierferdinando Casini. Forse si tratta di fantapolitica, di “totopresidente”, ma l’incontro tra l’ex Dc Renzi e l’ex Dc Casini potrebbe essere il futuro ticket istituzionale della nostra Repubblica: un passaggio naturale.

Osvaldo Ambrosini

  Manifesto_Casini_2006

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