Si scrive revisionismo si legge propaganda

di Osvaldo Ambrosini

Una cosa è certa, all’aumentare degli anni che ci separano da episodi che hanno segnato, spesso tragicamente, il corso della storia, corrisponde l’aumentare di improvvisati storici che la reinterpretano a loro piacimento o la raccontano soltanto parzialmente.

Un atteggiamento non più accettabile, soprattutto quando a raccontarla non sono persone che semplicemente ne ignorano i fatti, tutt’altro. A raccontare la storia falsata, facendo bene attenzione ad omettere particolari o motivazioni ritenute scomode, sono invece quelli che la storia la conoscono bene e sanno benissimo come esercitare un’opera che va sempre più di moda. La pratica del revisionismo storico è purtroppo molto diffusa, con punte massime che raggiungono addirittura il negazionismo. Gli avvenimenti della seconda guerra mondiale sono i più soggetti a questo tipo di rivisitazioni. La negazione dell’esistenza dell’olocausto rappresenta probabilmente l’apice di questa attività che, quando raggiunge questi eccessi, fa addirittura ridere. Forse per questo in Italia si è scelto di non inserire tra i reati d’opinione il negazionismo, proprio per non dare ulteriore importanza a chi, con queste fesserie, cerca soltanto una esposizione mediatica personale.

E’ bene essere chiari, la storia della seconda guerra mondiale non ha fatto dell’Italia e degli italiani fulgidi esempi di coerenza e coraggio. Ma l’8 settembre 1943 è stato uno spartiacque. Da lì in avanti, chi non aveva ancora capito quale fosse la parte giusta per cui combattere, ha avuto modo di rendersene conto.

Esiste una giornata, celebrata in tutto il mondo, chiamata “giorno della memoria”, il 29 gennaio, giorno in cui si riflette su quello che ha rappresentato il più grande orrore del ‘900, l’olocausto e la persecuzione di un intero popolo, e non solo di quello.

Poi, dal 2004 in Italia è stata istituita una nuova giornata, quella del ricordo (legge 92 del 2004). Nata in quel secondo governo Berlusconi che aveva bisogno di portare avanti l’opera di costruzione mediatica di un nemico immaginario, funzionale soltanto al consolidamento dei consensi, il comunista.

Queste sono le reali motivazioni per cui è servito istituire la giornata del ricordo il 10 febbraio, giorno della firma del Trattato di Parigi del 1947  in cui vennero ridisegnati i confini, non soltanto dell’Italia, ma di gran parte d’Europa, giorno in cui molti italiani, per restare tali, hanno dovuto abbandonare le loro terre.

Serviva evidentemente alla cultura di destra qualcosa che si contrapponesse alla condanna che la storia riserva al fascismo o, quantomeno, serviva qualcosa per riabilitare, anche parzialmente, l’orrore di una guerra combattuta al fianco della Germania nazista.

Approfittare dei sentimenti patriottici per ricondurli ad un becero revisionismo è l’opera che compiono oggi presunti storici che si avventurano, raccontando a modo loro, l’episodio tragico delle foibe.

Descrivere quanto è avvenuto alle foibe è doveroso, altrettanto sarebbe spiegarne le motivazioni, soltanto in questo modo è possibile comprendere il significato delle parole “resa dei conti” alla fine di una guerra.

Senza dimenticare che l’esodo dei circa 300 mila italiani dalle terre dell’Istria e della Dalmazia, passate sotto la Jugoslavia, sebbene drammatico, è da inquadrare in un più grande riassetto europeo che ha visto numerose popolazioni costrette forzosamente ad abbandonare territori di confine passati sotto un altro Stato. Migrazioni che soltanto in Germania hanno riguardato circa 10 milioni di persone.

Detto ciò, non è mia intenzione giustificare o sminuire quello che la tragedia delle foibe ha rappresentato per il nostro paese, intendo soltanto contestualizzarla, aggiungendo inoltre che la maggior parte degli infoibati erano soprattutto cadaveri, persone decedute a cui non è stato trovato modo di donare una più degna sepoltura (cosa piuttosto ricorrente durante guerre sanguinose come lo è stato il secondo conflitto mondiale).

Insomma questo è un genere di revisionismo insopportabile che nulla ha a che vedere con la rilettura della storia, talvolta legittima, quando suffragata da nuove prove o reperti che si contrappongono alla storia univocamente conosciuta.

Raccontare la favoletta dei militari di Tito brutti e cattivi e degli italiani uniche vittime innocenti, serve soltanto ad alimentare un nazionalismo tipico di uno schieramento politico che, storicamente, ha sempre fatto leva sulla buona fede di una popolazione troppo spesso, colpevolmente, poco informata e quindi facilmente suggestionabile.

Le atrocità restano atrocità, la storia deve rimanere la storia.

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One thought on “Si scrive revisionismo si legge propaganda

  1. Ancora una volta, la realtà storica ostaggio della politica. All’epoca, prima la coda di paglia del PCI togliattiano, poi la convenienza della DC filo Usa ad essere più morbida verso Tito, e insomma, della nostra frontiera orientale tra il 1919 ed il 1953 si parla poco e sempre a sproposito

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