Il Leicester in Italia non avrebbe mai vinto

di Osvaldo Ambrosini.

Bisogna tornare indietro di 25 anni per vedere un Leicester vincere nel nostro campionato: erano i tempi della Sampdoria di Vialli e Mancini che portarono lo scudetto in una città, Genova, non proprio tra le più piccole del nostro paese, la quinta, tuttavia universalmente considerata provincia, nel calcio nazionale.

imageOccorre andare indietro addirittura di più di 30 perché un Leicester, vestito con i colori gialloblu del Verona di Bagnoli, vincesse un campionato negli anni 80. E poi ancora più indietro per leggere il nome del Torino, della Fiorentina o del Cagliari nel palmares dei campioni d’Italia.

Insomma il miracolo di Mister Ranieri non è una novità per la nostra realtà, lo sarebbe oggi considerando quanto siano diventati determinanti i quattrini nel calcio in questi anni. Da quando questo sport è in mano ai magnati dell’est o del medio oriente e i diritti TV incidono nelle casse delle società oltre ogni altra voce d’entrata, il divario tra le grandi e le così dette piccole squadre si è trasformato in un abisso incolmabile. Ma l’Italia non è certo diversa dal resto dei campionati europei in cui, salvo rare eccezioni, sono sempre le stesse tre o quattro squadre a contendersi il primato.

imageMa il Bel Paese rispetto ai campionati europei più importanti vanta un primato, con ogni probabilità siamo l’unico luogo in cui il peso specifico determinato dall’influenza della stampa (in primis quella delle televisioni) incide a dismisura sulle decisioni del palazzo della FIGC. Non è giusto parlare di sudditanza psicologica degli arbitri fine a se stessa, nei confronti della Juventus o delle milanesi, delle romane o del Napoli. Ciò che conta, dietro ad ogni risultato sportivo, sono il numero di copie vendute, la quantità di click sui siti specializzati o il numero di abbonati delle pay-tv. In caso di sconfitte delle squadre titolate, che poi sono inevitabilmente anche quelle con maggior pubblico al seguito, il danno economico è spesso rilevante. Quindi la stampa in generale è più incline a rendere evidenti errori arbitrali commessi contro una grande minimizzando il contrario.

imageQuesto atteggiamento, molto poco professionale, si ripercuote fatalmente sulle carriere delle giacchette nere le quali hanno ben in mente quanto possa incidere nel bene o nel male per il successo personale un errore commesso contro o favore di una grande squadra. Ecco probabilmente spiegata la principale differenza con il campionato inglese in cui ogni italiano che abbia avuto modo di confrontarsi, sia come giocatore che come allenatore, ne ha sempre sottolineato la serenità e la quasi assenza di stress vissuta oltremanica nonostante quel campionato coinvolga interessi economici ben superiori al nostro.

Il Leicester quindi dalle nostre parti sarebbe entrato a stento nella zona Champions, non per demeriti suoi, ma per incompatibilità ambientale con i media incapaci di accettare una realtà emergente calcisticamente forte ma che non produce profitti editoriali al pari delle altre. Non per niente, parlare di libertà di stampa in Italia è un ossimoro e la 77esima posizione nel ranking mondiale lo testimonia.

Un giornalismo che distorce commenti e valutazioni a solo vantaggio delle grandi squadre come potremmo mai immaginarlo un giorno libero di investigare o scrivere contro la malavita che spesso travolge e coinvolge anche la politica? Diceva Churchill: “l’italiano perde le guerre come fossero partite di calcio e partite di calcio come fossero guerre”, avrà torto il giorno in cui sentiremo il suono del diliding dilidong in vetta alla classifica di serie A.

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