Cacciari, Serra e Benigni: i becchini della Sinistra

di Matteo Lai.

Ho un’immagine ben impressa nella mia mente. Risale a circa 20 anni fa. È quella di un Massimo Cacciari fresco di rielezione alla carica di sindaco di Venezia, piuttosto corrucciato per il risultato elettorale: avendo raggiunto quasi il 65% al primo turno (a fronte di un miserrimo 20% di un centrodestra orfano della Lega), in un contesto elettorale complessivo piuttosto favorevole a quello che allora era L’Ulivo, si dice preoccupato per la scomparsa dell’opposizione di matrice berlusconiana. imageEra il 1997: sappiamo tutti come poi come finì. Tuttavia per lungo tempo, anche dopo quella stagione del “partito dei sindaci”, Cacciari è rimasto nella mente di molti come una possibile speranza per la Sinistra, vedendo nel suo rigore logico anti berlusconiano e nella sua indipendenza dai partiti addirittura un possibile leader per il mondo progressista.

Più o meno nello stesso periodo, in modo diversi e con gradazioni differenti, Michele Serra e Roberto Benigni assurgevano al rango di veri e propri intellettuali ed icone culturali della Sinistra italiana.image Il primo, dopo aver fondato e diretto il settimanale satirico Cuore, si dedicava non solo a redigere trafiletti sferzanti sulla prima pagina de L’Unità, nella rubrica “Che tempo fa”, ma iniziava un sodalizio con Fabio Fazio creando trasmissioni – all’epoca, innovative e di tendenza – come per esempio “Anima Mia” (dedicata al revival degli anni ’60) e poi, come la sua omonima presente sulla carta stampata e nel frattempo defunta, “Che tempo fa”. La sua attività giornalistica, stante le cattive acque in cui navigava L’Unità, proseguiva però su La Repubblica con “l’amaca”: nome e collocazione diversa, ma stessa trattazione degli argomenti, con un piglio puntuale, attento e non ideologico che lo rendeva particolarmente critico ed interessante.

imageContemporaneamente Roberto Benigni, comico toscano da sempre vicino al Pci e alla Sinistra, polemico e sferzante al limite dell’insulto con la Chiesa, i cattolici, la Dc e il Psi craxiano (e i loro derivati) e le destre in genere, vinceva l’Oscar con “La vita è bella”. Grazie alla sua nuova notorietà internazionale si dedicava non solo alle letture di Dante, per farlo conoscere ed apprezzare in Italia e nel mondo, ma anche alla difesa della Costituzione dai tentativi di “aggiustamento” berlusconian-leghisti, con tour in tutto il Paese dove la leggeva, la spiegava e la interpretava, definendola “la più bella del mondo”.

Nonostante quanto scritto sopra, Cacciari, Serra e Benigni hanno già annunciato che al referendum costituzionale voteranno sì.
Le motivazioni sono più o meno le stesse: sono anni che si parla di riforme, a questo punto ben venga questa, per quanto pasticciata e migliorabile. Come se uno avesse l’auto con qualche riga e si felicitasse trovandola incendiata da un ignoto vandalo, dicendo: “tanto dovevo metterla a posto”.

imageEppure, potevamo aspettarcelo. Se nel caso di Cacciari le sue posizioni estemporanee e fuori dalle righe hanno più di una volta lasciato sorpresi, proprio per la loro imprevedibilità e – addirittura – incoerenza con lo stesso personaggio, nel caso di Serra e Benigni la “lunga marcia” di avvicinamento al Renzismo è iniziata dal momento stesso in cui Matteo da Firenze ha cacciato in malo modo Enrico Letta da Palazzo Chigi, forse colpevole di non essere abbastanza sereno. Questo, nonostante il segretario-presidente nel suo biennio abbia realizzato politiche – su tutte: il Jobs Act – contro le quali entrambi si sarebbero scagliati duramente, se attuate dal Silvio nazionale.

Probabilmente Serra e Benigni scontano lo scotto di appartenere a una generazione di Sinistra stanca di perdere e di non veder realizzate le varie promesse, da accontentarsi di quelle della destra. Delusi e sconfitti: l’alternativa sarebbe quella di crederli votati alla legge del “tengo famiglia”, ma questo sarebbe troppo triste da pensare.

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