Con la pistola in tasca: Savona non è Nizza

di  Matteo Lai.

I media locali già ci sguazzano: “Savona come Nizza”, “Poteva essere una strage”, “a 120 chilometri all’ora tra la folla”. Questi, in soldoni, i titoli che le varie edizioni online dei quotidiani savonesi offrivano, presentando una di quelle notizie che nella penuria estiva di fatti rilevanti è vero e proprio oro. Al di là delle necessità di vendere copie (o aumentare i click) pare opinabile voler far salire ulteriormente la tensione, in un momento in cui forse non se ne sentirebbe proprio la necessità, paragonando un’azione terroristica pianificata ed organizzata all’idiozia di un ubriaco (stando a quanto dicono le cronache), sebbene i risultati potessero – potenzialmente – essere molto simili.

imageAl netto di tutto, resta però un dato da valutare, per ogni operatore di polizia. Considerato il clima di allarme, magari esasperato ma sicuramento non ingiustificato, tenuto conto anche l’invito del ministro dell’Interno Alfano, che ha esortato gli appartenenti alle forze dell’ordine a portare con sé l’arma di ordinanza anche se liberi dal servizio, è da valutare uno scenario. Poniamo, infatti, che il nostro soggetto – nel momento in cui percorreva a forte velocità la Passeggiata del Prolungamento – si fosse trovato davanti uno degli “esortati” da Alfano. Poniamo che, in quanto “esortato”, avesse con sé l’arma e decidesse di farne uso. Poniamo ancora che, nonostante il trambusto, le grida, la gente che scappava da una parte all’altra, l’avanzare del veicolo il nostro eroe “libero da servizio” estraesse la pistola, tirasse indietro il carrello, puntasse e poi – come insegnano al corso – facesse partire i due previsti colpi, in successione. Poniano poi, infine, che i due colpi andassero “a buon fine”, ossia raggiungessero il guidatore, con esito letale.

imageEcco. Fermo immagine. Al momento il nostro operatore di polizia è un eroe, per tutti. Ora però introduciamo un po’ di elementi. Quel tipo di elementi che chi opera sulla strada non conosce, oppure deve valutare in decimi di secondo, mentre giornalisti, avvocati e giudici ne disquisiranno per anni (a ognuno il suo mestiere, ci mancherebbe). Il nostro conducente, ora lo sappiamo, non è un terrorista. Non è un cane sciolto dell’Isis. Non è nemmeno musulmano o di ascendenze – seppur lontane – di Paesi islamici.

E’ un moldavo e, se per caso è credente, è cristiano: un russo-ortodosso, per la precisione. Inoltre è pure ubriaco: se per attitudine all’assunzione di abbondanti libagioni alcooliche, per delusione amorosa o altro, al momento non è dato saperlo. L’auto, però, è rubata. Consustanzia nel quadro? Poco o nulla. A questo punto, la posizione del nostro amico – che non solo si è “cammallato” anche fuori servizio un chiletto di ferro, ma si è preso la briga di provvedere all’eliminazione di un pericolo che riteneva attuale e immediato – cambia radicalmente. Già sento le prime voci che si levano contro di lui. Qualcuno parla della vocazione all’essere sceriffi da parte degli appartenenti alle forze di polizia.

Altri invece accusano il nostro (ormai non più) eroe di non aver valutato attentamente i rischi a cui esponeva i passanti: forse è stato più pericoloso lui di quanto non lo sia stato il pilota “da giardinetti”. Ecco che, nelle chiacchere al bar, arriva il fine giurista di turno – può essere dall’avvocato di grido, allo studente alle prime armi, passando per il fuoricorso di Giurisprudenza fino al notaio in pensione – che rigirando il cucchiaino nella tazzina afferma: “E l’elemento psicologico? Non c’era volontà di uccidere, si capisce da come guidava: non ha ferito nessuno. Una bravata, punita con la pena di morte dal solito poliziotto troppo solerte” (gravi cenni di assenso da parte degli astanti). E la magistratura, come si comporterebbe? Sicuramente non mancherebbe, per il poliziotto (o carabiniere, o cosa preferite voi…) l’imputazione per omicidio colposo, ma “solo per tutelarlo meglio”. E se a sparare fosse stato, disgraziatamente, un agente di polizia locale, magari nel pieno rispetto della normativa per cui “il porto dell’arma senza licenza è consentito anche fuori del servizio nel territorio dell’ente di appartenenza” (D.M. 48/87, art. 6 comma 2)? Beh in questo caso, oltre alla gogna mediatica – si sa che “i vigili fanno le multe” – temo che il ‘vigile’ non si sarebbe più asciugato le lacrime, ma il portafogli sicuramente.

imageInsomma, Savona non è – per fortuna – Nizza e nessuno è rimasto ferito o, peggio, ucciso. Tuttavia se un operatore di polizia si fosse trovato sul posto, difficilmente avrebbe potuto agire diversamente da come si è detto sopra. Resta quindi un punto oscuro: il ministro Alfano invita a portare con sé l’arma che, però, resta solo un complemento di vestiario. C’è bisogno di nuove regole e nuove tutele per chi opera al servizio della nostra sicurezza. E ne abbiamo bisogno adesso.

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