11 settembre, la fine della democrazia

di Matteo Lai.

Ricorrono oggi 15 anni dall’11 settembre, una data che ha cambiato le sorti del mondo, anche con il successivo e determinante aiuto di George Bush II. Eppure l’11 settembre era una data ferale già prima del 2001. Nell’ormai lontano 1973, in Cile, i militari, col determinante aiuto della CIA e del governo degli Stati Uniti, attuarono un golpe per destituire il governo del presidente Salvador Allende, socialista, colpevole di fare una politica troppo di sinistra e sfavorevole alle multinazionali americane. imageLo stesso presidente cileno morì durante l’assedio ed il bombardamento del Palazzo della Moneda. Le sue ultime parole conosciute, trasmesse da Radio Magallanes, furono: “Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!”. Il colpo di Stato “regalò” al Cile 17 anni di dittatura, omicidi e deportazioni di massa, mentre circa 10 mila cittadini furono torturati e centinaia di migliaia costretti all’esilio. Il tutto in cambio di una crescita economica copiata grazie agli ingenti investimenti da parte degli “utilizzatori finali” del dispotismo di Augusto Pinochet.

imageGli avvenimenti cileni hanno una forte ricaduta anche in Italia, Paese da sempre sotto osservazione da parte degli USA per la presenza di un forte partito comunista, addirittura il più forte del mondo occidentale. A pochi giorni dalla morte di Allende, il segretario del Pci Enrico Berlinguer si rende conto – probabilmente definitamente – che mai e poi mai gli Americani avrebbero accettato un governo delle sinistre, con una così determinane presenza comunista. Berlinguer, in una serie di tre articoli che compaiono su “Rinascita”, rivista di approfondimento del Pci, analizzando i fatti cileni lancia la proposta di un governo di unità tra le forze antifasciste, dal Pci alla Dc. È l’anticamera del mai realizzato “compromesso storico”.

imageIl Pci, infatti, non andrà mai al governo. Cinque anni dopo, infatti, l’altro fautore dell’avvicinamento dei comunisti all’area di governo, il Dc Aldo Moro, sarà prima rapito e poi ucciso – gli uomini della sua scorta massacrati – proprio mentre si dirige alla Camera per votare la fiducia ad un esecutivo che avrebbe visto entrare il Pci in maggioranza, per la prima volta dal 1947. La responsabilità dei fatti fu attribuita alle BR, ma mette male non considerare quanti e quali servizi segreti di altri Paesi (al di qua e al di là della Cortina di ferro) avrebbero potuto avere un ruolo in quegli avvenimenti.

Ecco, forse la mancanza di “normalità” dell’Italia può anche essere fatta risalire a quell’11 settembre, in un Paese lontano e all’epoca quasi sconosciuto, che mostrò a tutti quanto la via della libertà fosse un sentiero stretto, anche sotto il democratico ombrello statunitense.

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