Le rivoluzioni, a tavola, dei savonesi

di Matteo Lai e Osvaldo Ambrosini.

La storia ci insegna che assai raramente l’italiano si è sollevato in massa contro un tiranno, un occupante straniero o per realizzare una rivoluzione. Probabilmente in un futuro più o meno lontano gli scienziati scopriranno che questa tendenza non è dovuta a una scarsa coscienza civile ma a un gene, presente anche nel patrimonio genetico dei savonesi, nonostante la Medaglia d’oro per la Resistenza. 
L’ultimo periodo, nel quale la compressione dei diritti – in particolar modo quelli sociali – è stata un po’ la normalità, a Savona si è assistiti a un curioso fenomeno. Un po’ per la razionalizzazione delle spese pubbliche, un po’ per l’essere posta – a mo’ di vaso di coccio, anzi, di cristallo di Boemia – tra due vasi di ferro (la sempre scajoliana Imperia e Genova, capoluogo “capoccione” di una Regione ormai quasi fantasma), la città della Torretta si è vista privare di un congruo numero di uffici e presidi pubblici, che la caratterizzavano in quanto capoluogo di provincia e ne giustificavano il ruolo in quanto tale.

img_4902Uno dopo l’altro, hanno abbandonato la nostra città il centro meccanografico di smistamento postale, ora unicamente a Genova, la Camera di Commercio, non più autonoma ma unificata con quelle di Imperia e La Spezia, ed infine il dinamico duo Renzi-Delrio ha anche fatto dono dell’unificazione della nostra Autorità portuale con quella di Genova: un incontro dal quale già immaginiamo come potrà uscire il nostro porto bicefalo, suddiviso tra Savona e Vado Ligure. Tutto questo mentre la Provincia, intesa come ente, in attesa del colpo di grazia prosegue a svolgere a fatica le poche ed indispensabili funzioni rimaste. Restano, ultimi baluardi che permettono di qualificare la nostra città come capoluogo, soltanto il Tribunale, troppo brutto perfino per essere abbattuto, la Prefettura e la Questura (salvate anche loro, al momento, dall’annessione ad Imperia) ed altri uffici come Inps o INAIL.

latteria GinaIn tutti questi casi c’è da dire che i savonesi hanno sempre reagito facendo spallucce all’ineluttabile e, a parte i pochi diretti interessati, le proteste sono sempre arrivate molto sottovoce. Se un giorno anche Costa Crociere dovesse abbandonarci rischieremmo seriamente di diventare una città fantasma come lo è il centro de L’Aquila, con l’unico vantaggio di non aver avuto un terremoto. Ci si chiede allora quali corde della sensibilità dei savonesi siano da toccare per ottenere una reazione degna di nota: basterebbe un semplice sussulto, senza necessariamente doverli vedere saltare sulla sedia. La risposta è molto semplice: provate a mettere in giro la voce che un’attività del centro, tra quelle storiche, come lo era la “Latteria Gina” in piazza Chabrol e lo è “Vino e farinata” di Via Pia chiudano o rischino, cambiando gestione, di non essere più uguali a loro stesse. Dovrete fare i conti con reazioni inaspettate e spesso anche esagerate della cittadinanza. Tutti si schiereranno in difesa dei gestori storici e nessuno accetterà la fine di un epoca nonostante i subentranti dimostrino di voler continuare limitandosi a cambiare il necessario.

Perché queste sono le cose che interessano davvero ai savonesi, non la regressione in termini di importanza della città, o la continua ed inesorabile desertificazione sul territorio dei posti di lavoro causata dalla chiusura di aziende e fabbriche. Tutto si può sopportare purché non vengano tolti frappè, il vino o la farinata.  Non vogliamo immaginare allora cosa succederà il giorno in cui i gestori dell’antica bottega della panissa in Vico dei Crema dovessero decidere di passar di mano o, peggio, chiudere. Sarebbe la nostra Hiroshima.

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