Addio alle ciminiere, ma ridateci il pontile

di Matteo Lai.

La voce gira già da qualche tempo: a quanto pare, le ciminiere “gemelle” della centrale elettrica di Vado Ligure avrebbero, se non i giorni, almeno i mesi contati. La dismissione completa dei gruppi a carbone porterebbe, infatti, in prima istanza alla demolizione di almeno uno dei due super camini, il cui mantenimento non solo sarebbe inutile, ma anche antieconomico, considerando le spese di manutenzione.
vado-ligure-2Detto ciò, prima di continuare, è necessaria una piccola premessa. In questo articolo non si discuterà di danni del carbone, di impatti occupazionali, di decisioni della magistratura – inquirente o giudicante -. Qui si parla, anzi: si scrive, di altro, ovvero di ciò che quelle due ciminiere – prima di essere viste come esempio negativo di industrializzazione, hanno rappresentato.

Chiunque – tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’90 – sia stato bambino nell’estremo ponente (cittadino) savonese, ovvero il quartiere di Zinola, ma anche Vado Ligure, Valleggia e Quiliano, ha sicuramente al proprio attivo un disegno – di quelli che si facevano alle Elementari, rigorosamente su blocchi Fabriano o Pigna – in cui le ciminiere della centrale sono protagoniste. Quei giganti a righe bianco/rosse si stagliavano infatti con potenza nell’immaginario dei più piccoli, visibili come erano da qualsiasi punto degli abitati che si affacciano sulla rada di Vado e dal relativo entroterra. Con le innumerevoli altre “sorelle minori” della zona, parevano inneggiare all’immancabile destino di un futuro migliore pieno di tecnica e di modernità. Anche nella notte più oscura non ci lasciavano al buio, con le luci rosse che occhieggiavano e che, ci spiegavano i nostri genitori, servivano per evitare che qualche aereo ci andasse a sbattere contro. Questa spiegazione accendeva ancora di più la nostra fantasia: un aereo! Accidenti, ma quanto sono grandi queste ciminiere! E già ci vedevamo a primeggiare con New York per l’edificio più alto del mondo.

vado-ligure-1La “bellezza” del duo bianco/rosso riusciva persino a mettere in secondo piano il prodigio delle ‘acque calde’ che si riversavano a pochi metri dalla foce del torrente Quiliano, rendendo colmo e impetuoso un corso d’acqua che, sebbene bizzoso e anche pericoloso in caso di forti piogge, risultava (e risulta) spesso poco più che una pietraia riarsa. Quello che a tutti gli effetti è un canale di scarico, aveva inoltre una preziosa funzione meteo: in caso di rilevante abbassamento delle temperature lo sbalzo termico faceva sì che si creasse vapore acqueo, avvisando gli abitanti di Zinola e dell’Albarella delle condizioni meteorologiche avverse.

Inoltre, le acque reflue della centrale, che per motivi tecnici si potevano innalzare, ci davano il gusto del pericolo a noi bambini che ci avventuravamo nel greto del torrente, ignorando il cartello “Pericolo! Piene improvvise!”. Inoltre, lo scontro tra le acque della centrale ed il mare spesso creava dei piccoli stagni nelle riseghe presso gli argini, dove cautamente ci avvicinavamo tentando di pescare i piccoli pesci lì intrappolati, con successo nullo. Inoltre, i ragazzi più grandi (e poi anche alcuni di noi, una volta divenuti a loro volta ‘più grandi’) avevano creato la disciplina sportiva dell’attraversamento delle ‘acque calde’, il cui scopo era quello di raggiungere la sponda vadese da quella zinolese (o viceversa) senza essere trascinati in Corsica dalla corrente. Uno ‘sport’ particolarmente pericoloso, che univa il rischio meccanico – quello dell’affogamento – al chimico-biologico, dovuto al mix contenuto nelle acque di scarico. Sì, lo so: fa un po’ Springfield, ma all’epoca non ci sembrava così grave (o almeno, ad alcuni di noi…).

snapseedA restare ‘in piedi’ – anche fisicamente – rischia di essere, e non si sa per quanto, solo il pontile. Aperto ‘ai non addetti ai lavori’ a fine anni ’80, diventò una delle ‘location’ preferite dai locali pescatori, oltre che meta d’obbligo delle passeggiate serali estive, essendo l’unico visitabile degli (allora) molteplici pontili che si dipanavano tra Porto Vado e Savona. Oggi è desolatamente chiuso. Sebbene in tempi di “vacche magre” pare poco probabile che qualcuno voglia prenderlo in carico, potrebbe diventare una chicca della nuova passeggiata Savona-Vado powered by Maersk, permettendo una visione della costa indimenticabile, considerando anche che di mare, una volta completato il riempimento, ne resterà ben poco da vedere.

pontile-enelIl pontile, inoltre, avrebbe anche indirettamente, se vogliamo, un compito di memoria storica. Proprio per la sua costruzione (ed il relativo collegamento alla centrale: il pontile pesca, anzi, pescava l’acqua in mare, necessaria al raffreddamento dei gruppi, quella che poi, calda, veniva riversata nel torrente Quiliano) lo storico campo del Vado FC, quello detto “delle traversine”, era stato rimaneggiato, venendo così declassato a favore del più moderno “Chittolina”, primo atto della sua più recente (ed inopinata) demolizione e sostituzione con un parcheggio per camper.

Lanciamo quindi l’appello: ora siamo più consapevoli ed attenti all’ambiente (forse) e la deindustrializzazione ha colpito fortemente i nostri territori. Salviamo almeno il pontile: ci permetterà di ricordare un passato non troppo distante e, magari, contribuirà a far partire quel turismo tanto annunciato ma troppo poco visto, spesso anche a causa di scelte miopi e poco condivise.

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