Referendum costituzionale: ma diamo i numeri?

di Osvaldo Ambrosini.

Domenica 4 dicembre sarà la 22esima occasione in cui il popolo italiano, dopo la storica scelta tra monarchia o repubblica nel lontano 1946, sarà nuovamente chiamato alle urne per un referendum popolare. Per la precisione nelle precedenti 21 circostanze sono stati sottoposti agli italiani un totale di 71 quesiti: in molti casi in una sola tornata venivano sottoposte ai cittadini più questioni, anche molto complesse e “tecniche”. Il record appartiene al referendum abrogativo dell’11 giugno 1995, con 12 schede che chiedevano ad ogni elettore di esprimere la propria indicazione – tra l’altro – su temi come la contrattazione nel pubblico impiego, la privatizzazione della Rai, le concessioni televisive nazionali e le interruzioni pubblicitarie durante i film.

img_1102Oltre al già citato referendum sulla forma di Stato del 1946, solo altre tre volte i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi in referendum non abrogativi. La prima volta è stato nel giugno 1989, quando con un referendum consultivo (reso possibile grazie ad una legge costituzionale ad hoc) è stato chiesto agli italiani se volessero conferire un mandato costituente al parlamento europeo, in vista della UE.

Il referendum é normato dall’art. 138 della Costituzione, ovvero quella tipologia di consultazione che non si propone semplicemente di abrogare una norma ma richiede agli elettori di esprimersi su un sostanziale cambiamento delle regole base di quella “legge” che gerarchicamente viene prima di tutte le altre: la Costituzione. Il referendum costituzionale, considerata la sua importanza, non ha bisogno di alcun quorum e arriva dopo che la riforma è già stata approvata in Parlamento.

img_1107Nella nostra storia di questa fattispecie abbiamo soltanto due precedenti, uno nel 2001 e l’altro nel 2006. Nel primo caso con un’affluenza piuttosto bassa (34 %) vinse il “sì” (64%) e la riforma del Titolo V della Costituzione, progettato dall’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che puntava a introdurre una sorta di federalismo ‘temperato’, diventò realtà, creando di fatto altri 20 parlamenti dislocati in altrettante regioni con poteri legislativi notevolmente aumentati. Nel secondo caso invece, con un’affluenza superiore al 50%, non passò la riforma voluta dalle destre denominata ‘devolution’, con un verdetto piuttosto schiacciante a favore del “no” (61%).

Non esistono insomma abbastanza precedenti per poter fare una previsione statistica sul prossimo referendum, nonostante i sondaggi parlino di un netto vantaggio del “no”, di circa 7 punti. È innegabile che la variabile dell’astensionismo sarà determinante. Sebbene il quadro politico sia piuttosto delineato, in cui a favore della riforma ci sono solo le forze governative che, dati alla mano, non rappresentano ad oggi percentualmente la maggioranza del Paese, è pur vero che nel segreto dell’urna tutto potrà accadere. Lo dimostra l’esito del referendum inglese sulla Brexit e, ancor di più, l’esito delle presidenziali americane che hanno premiato Trump, dato malamente già sconfitto da tutti i sondaggisti. Il precedente italiano che più ha evidenziato l’inaffidabilità dei sondaggi si riferisce alle ultime elezioni europee in cui Partito Democratico, atteso intorno al 25% in un testa a testa con il Movimento 5 Stelle, stravinse sfondando la quota del 40 %, senza dimenticare le elezioni politiche del 2013 (quelle del Bersani arrivato primo, ma non vincitore) o ancora prima, le politiche del 2006, che dovevano vedere una vittoria a mani basse de L’Unione di Prodi e si rivelarono invece un estenuante testa a testa.

img_1104Restano da comprendere ancora un paio di cose: come sia possibile che la riforma del 2006, bocciata dal popolo italiano e ripresa in molte parti dallo stesso Renzi, oggi piaccia tanto ai Dem e per nulla, o quasi, al popolo delle destre. Eppure anche in quell’occasione si brandiva come elemento cardine della riforma la diminuzione dei costi della politica, la riduzione dei parlamentari, sebbene all’epoca in misura proporzionata in entrambe le Camere, e si predicava la fine del tanto vituperato bicameralismo paritario. Che sia la promessa dell’abolizione del CNEL a generare tutto questo entusiasmo nei sostenitori del PD? Chissà.

img_1109In ultima analisi è doveroso non sottovalutare il voto degli italiani all’estero, potenzialmente un bacino di 4 milioni di voti che si è già rivelato determinante nel 2006 per le sorti delle politiche, quando consegnarono il governo all’Unione e a Prodi. All’epoca votarono quasi un milione di connazionali. Di questi tempi sul voto all’estero si è letto un po’ di tutto: brogli in alcuni seggi (a Ginevra – Svizzera – nel 2008 l’UDC ebbe il 98% dei consensi), dell’annullamento di numerose schede, di uno spoglio che avviene in un hangar della protezione civile di Roma che può ritenersi tutto fuorché un luogo al sicuro e al riparo da interventi esterni e, addirittura, di italiani all’estero che hanno ricevuto due plichi elettorali e che quindi potenzialmente potrebbero votare due volte.
Insomma in una situazione di incertezza, perché così va considerata senza dare conto ai sondaggisti, la disorganizzazione del voto per corrispondenza diventerebbe fondamentale. Vincerà chi sarà più bravo nel “manovrarla”.

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