I giovani e le ‘boiate’ di Poletti. Perquanto… ma anche no!

di Matteo Lai.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ne ha fatta – anzi detta – un’altra delle sue. Dopo essersela presa con l’orario di lavoro, colpevole di essere un criterio vecchio come unità di misura per il salario, e dopo essersi scagliato – novello Padoa Schioppa – contro i “bamboccioni” che studiano fino a 28 anni, unendo in un unico calderone dottorandi e fuoricorso, questa volta ha alzato il suo ditone accusatore contro i ragazzi che lasciano il Paese, alla ricerca di migliori opportunità: “Gente che è meglio che non stia tra i piedi”, chiosando che coloro che sono rimasti “non sono tutti dei pistola”. Premesso che sarà un domani terra di studio per gli storici della politica il “lessico familiare”, ormai condito di insulti e contumelie, di questo Pd ormai oltre la frutta, resta però un dato da valutare.

img_1513Troppo spesso, in questi anni, abbiamo vissuto la retorica dei “cervelli in fuga”. In alcuni casi è stato così, in altri no. C’è chi ha deciso di lasciare il proprio Paese per stipendi migliori ed opportunità di crescita professionale, e non solo, decisamente più alte. Ma c’è anche chi non ha potuto o voluto lasciare l’Italia, continuando il percorso formativo, affrontando concorsi in cui il vero “avversario da battere” era il raccomandato di turno e non il candidato più preparato, venendo pagato – magari per lavori anche altamente qualificati – con i voucher tanto cari al dinamico duo Renzi – Poletti. Per questo la frase, detta dal ministro del Lavoro, può essere anche giusta, almeno in parte. Stona, però, se messa in bocca a lui, a una persona che ha una buona fetta di responsabilità nel peggioramento dei rapporti nel mondo del lavoro, non avendo fatto nulla per renderlo meno precario, anzi.

Fa rabbia, sentire il ministro Poletti rivendicare le capacità di chi ha scelto di rimanere in questo disastrato Paese, non perché non sia vero, ma perché pronunciate da un signore che ha seduto in un Governo dove, con una mano si lanciavano i “Fertility day” (versione 2.0 della tassa sul celibato) e dall’altra si rendevano così fragili le tutele per i lavoratori da rendere impossibile la possibilità, per chiunque, di “metter su famiglia”.

Quindi, ministro Poletti, lo sappiamo bene che chi è restato non è necessariamente – per dirla come lei – “un pistola”. Noi, che abbiamo scelto di restare qui, per pigrizia o per scelta cosciente, non ce lo sentiamo. Ci reputiamo un po’ stupidi solo quando ci rendiamo conto di quanto veniamo presi quotidianamente in giro, da persone che – come lei – anziché impegnarsi per rendere l’Italia un posto dove è possibile vivere con dignità, si arrovellano per smantellare quotidianamente i diritti che i nostri nonni e padri hanno conquistato. Ma forse, questo è anche il prezzo per la nostra apatia.

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