Giornata della memoria…. ”e allora le foibe?”

di Osvaldo Ambrosini.

A più di 70 anni dall’Olocausto, a chi non è mai capitato almeno una volta di incontrare qualche apprendista revisionista, a corto di argomenti di fronte allo scempio compiuto dall’Olocausto, pronunciare la ormai famosa frase “e allora le foibe?”, cercando in questo modo di restituire atrocità per genocidio, nella logica perversa del tutti colpevoli nessun colpevole.

In fondo una accusa piuttosto frequente di numerosi esponenti del centrodestra è rivolta contro i vincitori, responsabili a loro dire di aver scritto la storia dimenticando di descrivere episodi ugualmente drammatici commessi dai partigiani, dal CNL o per meglio semplificare dai comunisti.

img_1569La storia raccontata ad uso e consumo dei vincitori è un po’ la cifra che qualifica chi avrebbe voluto un finale diverso, gli stessi che oggi rimpiangono il fascismo le sue leggi inumane, la privazione della libertà di pensiero, la repressione del dissenso e le teorie sull’eugenetica, il tutto scambiato per giustizia sociale, efficienza e solidarietà verso il popolo italiano.

Un abbaglio colossale che sottende una mal celata malafede. Nei giorni della memoria (27 gennaio) e del ricordo (10 febbraio) occorre una volta di più ritornare su un episodio drammatico per il popolo italiano che lo ha visto vittima ma, prima, soprattutto carnefice. Episodio sul quale Giorgia Meloni e company, ricordandolo solo parzialmente, sono soliti portare avanti una becera propaganda facendo soprattutto leva su una generale scarsa conoscenza dei fatti. Le le famose fosse al confine con la ex Jugoslavia dove tra gli anni ’43 e ’45 furono infoibati numerosi italiani non nasce da una ingiustificata rivalità nazionale o dalla crudeltà del maresciallo comunista Tito.

img_1564“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava…non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani” questo il Benito Mussolini pensiero del 1920. Fecero seguito dapprima missioni squadriste di italianizzazione forzata del territorio istriano, fino a diventare, dal 1922, una vera e propria campagna di italianizzazione di quei territori, finanziata dal regime fascista, che prevedeva tra l’altro il divieto di parlare una lingua che non fosse l’italiano, la chiusura delle scuole slave e la traduzione forzata nella nostra lingua della toponomastica e dei cognomi della popolazione. L’obiettivo era quello di cancellare una intera identità culturale e linguistica.

img_1570Col passare degli anni la storia ci racconta come il fascismo, con il sostegno dell’alleato nazista, appoggiò rastrellamenti, deportazioni e l’apertura di campi di concentramento in cui la popolazione slava, serba e croata, venne decimata. Inevitabilmente dopo l’8 settembre, quando il regime fascista crollò, la popolazione jugoslava, esasperata e colma di sentimenti di rivalsa nei confronti di quella italiana, portò avanti un’operazione di vendetta che si concretizzò anche con i famosi episodi delle foibe.

L’odio slavocomumista contro l’italiano, identificato come un fascista, non fu quindi affatto ingiustificato, un elemento questo imprescindibile di cui è bene tenerne conto, senza il quale non è possibile esprimere un giudizio equilibrato su quello che hanno rappresentato e significano ancora oggi le foibe.

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