Il Processo di Savona: le radici della Resistenza

Ormai in pochi sanno che a Savona, nel 1927, si svolse un processo di particolare rilevanza, contro coloro che sarebbero diventati i capi dell’antifascismo militante e della Resistenza. Questo procedimento giudiziario ebbe inoltre un’altra importante peculiarità: sebbene il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato fosse già attivo, questo fu l’ultimo processo per reati politici svolto da un Tribunale penale ordinario.

Ma di cosa si dibatteva? I giudici erano chiamati a ricostruire la fuga di Filippo Turati, fondatore del PSI, in Corsica, individuando i responsabili dell’espatrio del leader socialista. Secondo i giornali dell’epoca parlavano di un primo tentativo avvenuto il 12 dicembre 1926 quando un motoscafo d’altura si avvicinò alla spiaggia di Vado Ligure. Qui, però, la presenza di un militare della Guardia di Finanza avrebbe convinto l’equipaggio a fingere un malfunzionamento dell’imbarcazione e poi ad allontanarsi. Ma forse fu solo un primo tentativo o addirittura una “prova generale”, visto che la sera del giorno successivo Turati, dopo aver mangiato al ristorante albissolese “Ai pesci vivi” in compagnia di Pertini e di altre persone, si sarebbe tranquillamente imbarcato su un natante partendo alla volta della Corsica.

Questi i fatti, ma il Processo fu qualcosa di più. In primo luogo, essendo il Tribunale di Savona “ordinario”, gli imputati furono giudicati applicando e “forzando” le norme del codice Zanardelli – adottato nel 1889, con una chiara impostazione liberale e molto avanzato per l’epoca – oltre che il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1926 e il Codice della Navigazione. Gli imputati erano i noti antifascisti Sandro Pertini, Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, oltre a Lorenzo Dabove, Francesco Spirito, Italo Oxilia, Giacomo Oxilia, Giuseppe Boyancè e Ettore Albini.

Il regime fascista voleva rendere il processo una sorta di cassa di risonanza conto l’antifascismo. Lo sarà, ma in senso inverso, nonostante le molte censure che sfronderanno i resoconti giornalistici. In particolare Ferruccio Parri e Carlo Rosselli trasformarono la loro difesa in un atto di accusa, in cui si indicava come la deriva autoritaria del fascismo fosse non accettabile, in primo luogo, sul piano morale. Inoltre i due, in differenti missive inviate al giudice istruttore, contestualizzavano l’espatrio di Turati nella situazione politica italiana, indicando come fosse assolutamente necessario compiere il reato che li vedeva sedere sul banco degli imputati.

Spiegò Parri anni dopo: “Rosselli ed io eravamo ben determinati a farne un processo nettamente politico, una seconda battaglia diretta. L’espatrio di Turati, doveva essere sfruttato a fondo, che rendesse il cento per cento. Valeva la pena di rinunciare ai progetti di fuga che qualche volta invasavano Rosselli, e la prevista condanna era un prezzo modesto”. Nelle conversazioni in carcere tra i due, inoltre, nacque il concetto di “Giustizia e Libertà” e della lotta al fascismo come secondo Risorgimento, secondo una formula poi ripresa durante la Resistenza.

Alla fine le condanne saranno abbastanza lievi. Turati, Pertini, Oxilia, Boyancé, Parri, Rosselli e Da Bove (questi ultimi tre detenuti, mentre gli altri erano latitanti) saranno condannati a 10 mesi di carcere. Oxilia sarà inoltre condannato a un anno e un mese per violazione del codice della navigazione, mentre gli altri imputati saranno assolti. Secondo la cronaca dell’unica giornalista straniera ammessa ad assistere al processo, l’inglese Barbara Barclay Carter i savonesi che avevano assistito alla letture della sentenza si riversarono festeggiando la mitezza della decisione dei magistrati. “Un altro fatto degno di nota – scrisse poi la cronista britannica – fu la trasformazione delle Camicie Nere che, durante il processo, erano state di guardia nel Cortile del Tribunale. Tutti giovanissimi, dalle espressioni aggrondate e ciniche la cui evidente ostilità nei riguardi dei prigionieri aveva destato la ripugnanza generale. Ma con lo svolgersi del processo e sopra tutto dopo che Parri e Rosselli ebbero parlato e le loro vite furono tracciate dai rispettivi difensori, quei giovani fascisti, visibilmente scossi, sembravano domandarsi: Questi sono gli antifascisti? Non così ce li avevano descritti”.

Il Processo di Savona fu, di fatto, l’ultimo atto dello Stato liberale. Dopo il fascismo imparò la lezione e non lasciò agli oppositori nessuno spazio, neppure quello di un’aula giudiziaria, mandando a pieno regime il Tribunale Speciale e le sue sentenze già scritte. Anche per questi motivi è importante che i savonesi non scordino un avvenimento che vide la città della Torretta protagonista della storia italiana.

 

 

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