I ragazzi del ’99 di Renzi

di Matteo Lai.

La trovata di inserire venti giovani neppure trentenni (o millenials, come si usa dire oggi) nella direzione del Partito Democratico, tutti in quota renziana, ha sicuramente scosso gli equilibri di un partito che spesso – anche nei suoi antenati Ds e Margherita – ha vissuto i giovani quasi come un corpo estraneo, al massimo da sbandierare come trofeo quando si parlava di svecchiamento della politica..

Eppure, anche il colpo di mano renzista, che ha lasciato fuori personaggi ben più blasonati, non deve trarre in inganno. La scelta di inserire degli under 30 è finalizzata a una grande purga all’interno delle stesse fila dei supporter del segretario, che mai potrebbero lamentarsi per essere stati ‘rottamati’, stessi paladini della rottamazione. In questo modo, al posto di ‘colonnelli’ sicuramente fedeli – almeno finché il leader resta tale – potrà contare su un buon numero di volenterosi sostenitori non ancora troppo avvezzi alle dure leggi della politica e, quindi, più malleabili e meno votati ai colpi di testa.

In un Pd che, alle prossime elezioni, rischia una figura di quello bersaniano, passando dal “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto” al “abbiamo perso arrivando secondi”, i nostri giovani di belle speranze rischiano di essere dei novelli “ragazzi del ’99”, venendo mandati al massacro (politico) in una competizione elettorale che rischia di essere la Caporetto renziana, sacrificati e sacrificabili sull’altare della realpolitik.

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