Totò Riina: giustizia non vendetta 

di Osvaldo Ambrosini.

Concluse le discussioni ‘facesbucchiane’ che hanno fatto dibattere a lungo su ciò che fosse più corretto scrivere sabato sera subito dopo la finale di Coppa dei Campioni: se sulla sconfitta della Juve, o sul triste epilogo in piazza San Carlo a Torino o ancora sull’ennesimo attentato jihadista a Londra, il popolo della rete si è prontamente ricompattato contro la decisione della Cassazione che ha ricordato il diritto ad una morte dignitosa per il sanguinario boss mafioso Totò Riina, ormai anziano e gravemente malato.

Ovviamente l’indignazione contro questa indicazione è quasi unanime, ma se dal così detto popolo malpancista, giustizialista, spesso becero e razzista Salviniano non ci si aspettava nulla di diverso, anzi le parole del leader leghista risultano pienamente in linea con la subcultura propagandata e fondata su concetti molto semplicistici come ‘prima gli italiani’ i cui oppositori sono definiti ‘buonisti’, in un contesto migratorio estremamente complesso ma descritto senza alcuna cognizione di causa come una ‘sostituzione etnica programmata’, sorprende leggere pareri di persone normalmente moderate, quando non addirittura progressiste, invocare la forca chiedendo invece il massimo della disumanità contro una persona che solo di questo ha vissuto.

Uno Stato di diritto si distingue proprio perché non può e non deve agire per vendetta, neppure quando si tratti di decidere la sorte di un criminale come Totò Riina. Uno Stato di diritto deve garantire un livello dignitoso di sopravvivenza per tutti, seppure come in questo caso all’interno di un regime di detenzione rigido come quello previsto dal 41 bis, dal quale pare tuttavia che il boss mafioso fosse sempre riuscito a comunicare con l’esterno mantenendo un ruolo importante nell’organizzazione mafiosa.

A chi di dovere spetterà il compito di trovare il giusto equilibrio affinché il diritto ad una morte dignitosa possa coesistere con la detenzione, facendo bene attenzione che qualsiasi provvedimento venga adottato non si tramuti né in una specie di semilibertà o di arresti domiciliari, né che diventi il pretesto per vendicarsi su un vecchio criminale alla fine dei suoi giorni. La garanzia di una morte dignitosa è la differenza che passa tra uno Stato di diritto e un criminale, la differenza che deve esistere tra noi e lui.

 

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