Il negazionismo renziano

di Matteo Lai.

Nonostante il buon Orfini si arrampichi sugli specchi per spiegare che – in realtà – la Caporetto dei ballottaggi non è una sconfitta, la debacle subita domenica dal Pd è abbastanza evidente, soprattutto considerando la sconfitta in roccaforti storiche della sinistra come Genova, La Spezia, Pistoia e Sesto San Giovanni. In realtà, ci sono almeno cinque motivi principali per cui la disfatta ha assunto proporzioni bibliche.

In primo luogo, quello che dall’Alpe a Sicilia si leva con forza è un unico, possente grido: “Renzi, rivattene”. Il rottamatore che non accetta la rottamazione è una delle cose più meste a cui si possa assistere. Alla vigilia del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, l’ottimo Matteo da Rignano aveva annunciato la sua volontà di uscire di scena, in caso di sconfitta. In realtà ha dimostrato di essere un buon discepolo di Fanfani, chiamato da Montanelli “il rieccolo” per la sua capacità di riciclarsi.

Dimessosi da presidente del Consiglio e da segretario del Partito Democratico, ha prima promosso sul campo il suo luogotenente Gentiloni, ricandidandosi e vincendo poi le primarie per la segreteria del Pd. Il tutto continuando con la sua consueta arroganza, che l’ha portato anche a perdere un buon pezzo di partito. Eppure, proprio il suo atteggiamento postberlusconiano alla Fonzie lo sta portando alla catastrofe: superato dal M5S sulla strada dell’antipolitica e della distruzione dei classici schemi destra/sinistra, si trova costretto a giocar di rimessa.

La cancellazione di una chiara identità del Pd, ha portato anche ad un drastico assottigliamento dello “zoccolo duro”. I fedeli alla linea pronti a seguire quello che il partito dice, sono sempre meno, proprio perché considerati dal leader e dalla sua corte dei miracoli alla stregua di curiosità antropologiche. I “vecchi comunisti” ancora presenti nel Pd e nel suo elettorato si sono via via disaffezionati, scivolando nell’astensionismo, quando non addirittura nel voto alla Lega o al Movimento Cinque Stelle. Ciò che ha detto Crivello commentando la propria sconfitta è quanto di più sacrosanto ci sia: “Non è il centrodestra ad aver vinto, siamo noi ad aver perso”. I voti andati a Bucci non sono diversi da quelli raggranellati cinque anni fa dalla somma delle liste di centodestra, anzi: la vera prateria della disaffezione è quella che si è aperta alle spalle di Crivello e soci.

Cancellato lo zoccolo duro, anche la carta della pregiudiziale antifascista, giocata a prima da Raffaella Paita in regione e poi da Cristina Battaglia a Savona, perde ogni ragione di essere. Non si può essere antifascisti a giorni alterni, una volta deridendo l’Anpi per le sue posizioni sul referendum costituzionale e poi gridare all’avvento del fascismo quando si rischiano di perdere le elezioni (e si perdono poi realmente). L’antifascismo non può essere scongelato alla bisogna o in occasione del 25 Aprile, per poi essere rimesso nell’angolo più scuro del congelatore. Certi valori o si perseguono con coerenza e continuità sempre, o perdono la loro ragione d’essere.

Ripeto: l’allontanarsi dai valori della sinistra non può che procurar dolori al Pd. L’abolizione dell’articolo 18 – dopo che per anni era stato il feticcio a cui ogni esponente progressista si rifaceva -, la cancellazione dei voucher finalizzata solo ad evitare il referendum, facendoli uscire dalla porta e poi rientrate – con altro nome – dalla finestra, la continua ridicolizzazione dei sindacati (ultimo esempio in occasione dello sciopero dei lavoratori del trasporto pubblico, accusati da Renzi di astenersi dal lavoro al venerdì per procurarsi un lungo weekend, come se i bus non circolassero anche al sabato e nei festivi), sono tutti espedienti per parlare alla pancia della gente. Ma il linguaggio del pancismo è la lingua madre di Salvini e Grillo.

Senza un chiaro contenitore di contenuti di sinistra, anche battaglie sacrosante come quelle sulle unioni civili e lo ius soli (declinato come ius culturae), perdono ogni significato, apparendo agli occhi dell’elettore medio come capricci ingiustificati e non come diritti dovuti a parti ormai rilevanti della popolazione.

Arroganza, incapacità di comunicare e scarsa comprensione della realtà sociale. Un mix esplosivo che ha portato al risultato di domenica. Senza un progetto e una chiara identità la sinistra in Italia rischia l’estinzione, come il Partito Socialista in Francia. Un rischio già corso anche dal Labour Party postblairiano, che però ha saputo uscirne con una chiara identità progressista.

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