La classe dei rappresentanti

di Matteo Lai.

A cavallo tra il 1973 e il 1974 la scuola italiana visse una fase di trasformazione in senso democratico. I cosiddetti ‘decreti delegati’ istituirono infatti gli organi collegiali, dove per la prima volta anche gli studenti erano rappresentati. Una svolta epocale per una struttura che si basava ancora sulla riforma Gentile varata nel Ventennio (e che ne sarebbe stata la base ancora fino alle porte del nuovo secolo). Finalmente i ragazzi delle Superiori mettevano piede nel consiglio di classe, in quello di istituto e negli allora neonati Distretti scolastici. Nel 1996 arrivarono poi le Consulte provinciali degli studenti. Tutti momenti di democrazia rappresentativa che non solo nascevano con la finalità di dar voce agli studenti, ma anche per far aprire una ‘finestra’ sulla vita pubblica a ragazzi che di lì a poco sarebbero diventati cittadini a tutti gli effetti.

Avendo frequentato il liceo tra la prima e la seconda metà degli anni ‘90, posso dire con onestà che non sempre le assemblee di classe o di istituto erano momenti di confronto degno della Roma repubblicana – anzi, spesso erano considerate ore di ‘pausa’ dovute mensilmente – tuttavia in alcune occasioni non mancavano le discussioni ed i momenti di responsabilizzazione collettiva. Nella nostra piccola città, poi, le elezioni d’istituto vedevano una forte politicizzazione al Classico, con liste quasi para partitiche, una media politicizzazione allo Scientifico, con liste sia indirizzate ‘ideologicamente’ che non, mentre gli altri – soprattutto se istituti tecnici o professionali – tendevano a fare listoni unici adottando, nei fatti, un sistema maggioritario plurinominale dove erano eletti i candidati più votati. Tuttavia fare il rappresentante di classe o di istituto era considerato una ‘cosa seria’ e una discreta rottura di scatole.

Sui giornali di oggi leggiamo invece che solo uno studente su cinque ritiene importante la rappresentanza scolastica. Sicuramente i tempi sono cambiati, il confronto con la ‘controparte’ dei docenti è sempre meno serrato e pesante, tuttavia viene il dubbio che il messaggio secondo cui curarsi degli altri, anche semplicemente esprimendo il proprio voto, non sia più ‘cool’. Colpa dei ragazzi di oggi, di quelli di ieri che non sono riusciti a fermare l’inesorabile declino della rappresentanza scolastica rispetto alla mera decisione del “dove andiamo in gita quest’anno?” o di una società che invita tutti – giovani e non – a non lottare e a sperare che lo facciano gli altri, secondo la logica dello scroccone?

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