Sanremo, il tribunale di Imperia smentisce quello della piazza

Sono tre gli sport nazionali più praticati di sempre: l’allenatore di calcio, ne contiamo circa 60 milioni ad ogni partita della nazionale, il tiro al poliziotto (o più in generale alla divisa) ogni qual volta vengano presi in fallo per qualunque motivo, e il tiro al dipendente pubblico, come se il posto fisso fosse stato riservato dagli dei solo a pochi eletti.

Quando poi il posto nel pubblico impiego coincide con un lavoro nelle forze dell’ordine lo sport nazionale sublima e il giustizialismo, di fronte ad ogni tipo di attività o presunta mancanza, raggiunge traguardi impensabili.

Lo dimostrano le dichiarazioni di ogni nuovo ministro alla pubblica amministrazione un minuto dopo l’insediamento: la priorità sembra essere sempre e unicamente la presunta lotta ai fannulloni e/o ai furbetti del cartellino.

È necessario partire da queste premesse se si vuole provare a capire l’indignazione generale, il giorno dopo l’assoluzione in primo grado del ‘vigile’ più famoso d’Italia, quello licenziato qualche anno fa a Sanremo reo di timbrare in mutande. Immediatamente elevato a simbolo nazionale del malcostume, soprattutto dall’allora governo Renzi (2014), cavalcato dalla stampa nazionale fino a persuadere la maggioranza dell’opinione pubblica.

Tuttavia sarebbe bastato analizzare il contesto in cui si muoveva questo dipendente, per comprendere che dal punto di vista penale il castello accusatorio non avrebbe potuto reggere. Il vigile, che lavorava all’interno del mercato dei fiori di Sanremo e che in cambio di un alloggio comunale svolgeva anche il ruolo di custode dell’area, non doveva essere licenziato in tronco semplicemente sulla scorta dell’indignazione emotiva, provocata dalle immagini diffuse dalla procura di Imperia.

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza di primo grado, nonostante ci siano voluti quasi 5 anni, sembra non emergere alcun colpo di scena particolare se non la conferma che l’operatore della municipale, vivendo praticamente sul luogo di lavoro, oltre a timbrare in mutande in un contesto praticamente privato (dimora/luogo di lavoro), usufruiva né più né meno di quello che ogni lavoratore in divisa avrebbe diritto: il tempo tuta. Disciplinato dalla normativa e riconosciuto da numerose sentenze della Cassazione, ha una estensione temporale che non può superare un limite stabilito in 15 minuti per vestirsi ed altri 15 per svestirsi.

Il berlusconismo prima e il renzismo poi hanno profuso numerose energie per smantellare lo Statuto dei Lavoratori, con la scusa di equiparare il pubblico impiego a quello privato: invece di riconoscere diritti anche ai secondi si è intrapresa la strada più semplice, smantellare i diritti dei primi, con il risultato di mettere tutti contro tutti, creando il clima ideale per i tribunali di piazza.

Al vigile di Sanremo tutta la nostra solidarietà.

 

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