Emilia Romagna, laboratorio della Terza Repubblica

Dal voto Emiliano-Romagnolo emergono con chiarezza alcuni elementi da non sottovalutare. Indizi, se non prove, di un quadro politico nuovo, anzi, nuovissimo, a cui ci dovremo abituare.

Cinque Stelle: istituzionalizzazione fallita. La scienza (politica) ci insegna che un movimento, passata la fase iniziale, per sopravvivere deve “istituzionalizzarsi”, ovvero adottare in parte usi e costumi del sistema, ivi compresa una collocazione – più o meno stabile, più o meno certa – sull’asse destra/sinistra. I Cinque Stelle, svariando dall’alleanza con la Lega a quella con Pd e sinistra, senza poter aspirare a diventare la “nuova Dc” essendo un movimento nato per sfasciare il sistema, hanno fallito su tutta la linea: costretti alla prova dei fatti, ovvero a governare, non hanno saputo fare il salto di qualità. Il risultato? Un movimento dell’Uomo Qualunque 2.0, destinato alla marginalizzazione.

Bye bye Silvio. Sempre più in basso. Forza Italia non arriva al 3%, diventando la terza forza del centrodestra, anzi, della destra. Ormai Berlusconi ricorda solo l’ombra di sé stesso. Calcio e politica nel suo caso sembrano sempre legati: se al tempo della Forza Italia pigliatutto era presidente del Milan dei record, oggi lo troviamo alla guida del Monza e di un partitino che può dirsi davvero erede di quello liberale, ma solo per le percentuali raggiunte. Così come per la squadra, anche in politica la serie A ed i campi che contano sono lontani.

Destra rigorosa. Nel senso stradale del termine, ovvero: più a destra di così non si può. Scomparsa ogni parvenza di centro, l’ex Casa delle Libertà ormai vede solo la presenza di una Lega padrona e di un Fratelli d’Italia che ormai raggiunge le percentuali dell vecchia Alleanza Nazionale, pur essendo più a destra. In un quadro politico così radicalizzato, capiranno Pd e sinistra che è ora di ritrovare una identità certa, smettendo di giocare ai piccoli democristiani?

Pd a vocazione maggioritaria. La vocazione maggioritaria di veltroniana memoria ha un nome: paura. Nel momento in cui la destra più reazionaria del dopoguerra rischia di vincere, il Pd fa l’asso pigliatutto. Tuttavia, si è già visto come lasciar solo macerie intorno non abbia giovato, soprattutto quando – passata la tempesta – il Partito Democratico è andato in bassa marea ritirandosi verso il centro. Troppi personaggi in cerca d’autore, nell’area progressista…

Matteo lo sconfitto. Un centrosinistra perdente lo avrebbe reso mazziere al tavolo della politica nazionale, scardinando il governo Conte: un governo di cui – di fatto – è stato la levatrice. Ma quella che appariva una strada in discesa si è trasformata in una Via Crucis. Stare alla finestra non ha premiato Matteo Renzi, anzi. Se è vero che la vittoria ha mille padri, questa volta lui non potrà comunque intestarsene la titolarità, ma neppure una briciola. Dopo la sbornia delle Europee, bisogna dire che non gliene va più bene una. Speriamo che il suo omonimo segua la stessa strada.

0,29. Il dream team Adinolfi-Toti non sbanca, anzi. L’alleanza tra l’ex candidato alle primarie del Pd e l’ex delfino berlusconiano Toti non ha sortito gli effetti – da loro – sperati. Se Forza Italia appare al lumicino, anche il partito (?) creato dalla presidente della Regione Liguria non pare in grado di coprire gli spazi lasciati liberi da Silvio e soci, per un unico motivo: quegli spazi non esistono più. Il pessimo risultato, mostra quello che si immmaginava: Cambiamo sarà un mero valvassino del vero dominus, la Lega di Salvini.

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