Chi aiutò la Tito Campanella?

L’articolo apparso su questo blog lo scorso 14 gennaio, in occasione del trentatreesimo anniversario della tragedia – tutta savonese – dell’affondamento del “Tito Campanella”, oltre ad aver riscosso un notevole interesse, ha permesso di metterci in contatto con un testimone del disastro.

Un lettore, di cui rispetteremo la volontà di rimanere anonimo, ha raccontato una verità che si discosta molto da quella ufficiale emersa dopo anni di inchieste e processi. Se è vero che fare chiarezza sulla tipologia del carico trasportato dalla nave mercantile savonese (oltre ovviamente a quello ufficialmente dichiarato) non sarà possibile e forse non lo sarà mai, lasciando così a livello di semplice illazione la presenza di fantomatici rifiuti tossici, armi o addirittura droga, come ipotizzato da qualcuno, è possibile tuttavia affermare con assoluta certezza che l’affondamento della nave non avvenne in maniera così improvvisa ed immediata come le versioni ufficiali riferiscono, giungendo ad affermare che l’intera tragedia si svolse in non più di pochissimi minuti, addirittura meno di cinque.

img_1550A raccontarcelo è un ex allievo ufficiale di coperta, imbarcato quel giorno sulla petroliera “S.S. Serenitas”, della Compagnia italo-monegasca “Ravano”, partita dal porto di Rio Grande, nel sud del Brasile, e diretta a Liverpool. Il nostro testimone il giorno del disastro si trovava nel Golfo di Biscaglia, a 150 miglia dalla nave italiana, ed ascoltò, insieme agli altri membri dell’equipaggio, una conversazione radio in inglese tra il Comandante del “Tito Campanella” e quello di un mercantile tedesco, unico in zona che potesse raccogliere la richiesta di soccorso, protratta tra l’altro per diverso tempo. La nave tedesca avrebbe tentato di salvaguardare il “Campanella”, effettuando numerose manovre per posizionarsi trasversalmente rispetto a quella italiana nel tentativo di ripararla dalle onde, quel giorno molto alte. Si parla di un mare forza otto, se non addirittura forza nove.

Dalla posizione della “S.S. Serenitas” non fu possibile vedere nulla di quanto effettivamente accaduto, ma dalle conversazioni radio si compresero molto bene tutti i tentativi di aiuto compiuti dall’equipaggio tedesco, addirittura  provando un accosto alla nave italiana, reso comunque impossibile dalle condizioni meteomarine. Le conversazioni, durate circa 20 minuti, si interruppero bruscamente, segno probabilmente dell’avvenuto affondamento della nave italiana, poi soltanto qualche parola in tedesco dalla nave soccorritrice. Infine, il silenzio. Il nostro testimone racconta lo sgomento del suo equipaggio, rimasto in ascolto per tutta la durata delle comunicazioni, sottolineando il senso di impotenza rispetto a quei colleghi marinai in gravi difficoltà.

golfo-di-biscagliaTuttavia restano in sospeso un paio di questioni. Come mai il Comandante della “Tito Campanella” non avviò le operazioni di salvataggio, almeno di una parte dell’equipaggio, adoperando una scialuppa? Perché nessuno dei marinai ha indossato il giubbotto di salvataggio? Questa manovra avrebbe potuto permettere di salvarsi ad alcuni di loro, o quantomeno far sì che i loro corpi potessero essere ritrovati. Perché poi le operazioni di ricerca, messe in atto dal nostro Paese con mezzi aerei, si concentrarono soprattutto al largo del Marocco? Inoltre il testimone racconta con buona approssimazione il punto in cui la nave è affondata, confermando l’attuale versione ufficiale che la localizza largo della costa al confine tra la Spagna e la Francia. Come mai nessuno ha più avuto interesse a individuare il relitto? Forse per non far emergere verità scomode, che avrebbero compromesso il risarcimento assicurativo previsto in questi casi per l’armatore? Oppure per non compromettere la professionalità dell’ente certificatore che ha permesso che una nave in disarmo frettolosamente riarmata, nonostante tutti conoscessero quanto fosse ormai inadeguata? Infine: sicuramente il tentativo di salvataggio posto in essere dal mercantile tedesco è stato, per i marittimi, il classico “segreto di pulcinella”. Perché in questi anni non si è fatto nulla per individuare dei testimoni oculari della tragedia? Anche non conoscendo il nome della nave, non sarebbe stato difficile individuarla, conoscendo la rotta e – soprattutto – spulciando nei registri navali dei porti di Amburgo e Brema da cui questa nave probabilmente proveniva.

In verità nulla può essere escluso, tuttavia questa testimonianza cambia notevolmente la cronaca consolidata di quei tempi. La “Tito Campanella” non colò a picco in pochi istanti, ma il suo equipaggio rimase aggrappato alla vita per un tempo sufficiente, quantomeno per far sì che la propria posizione venisse identificata con certezza.

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La Stampa – 13 dicembre 1991

 

 

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La Repubblica – 30 giugno 1988

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